ARCHEOLOGIA DEL LINGUAGGIO
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ARCHEOLOGIA DEL LINGUAGGIO
Messaggio riportato dal vecchio forum di ArcheoMedia.
Il titolo ‘archeologia del linguaggio’, dal mese scorso diventato voce di Archeomedia, merita un’ulteriore riflessione. E’ stato il risultato di un confronto muto colla redazione, piů che un dialogo esplicito. Perciň devo supporre delle idee rimaste inespresse. Anche il titolo di Renfrew:
Colin RENFREW, Archeologia e linguaggio, Roma-Bari 1999
mostra un parallelismo. Si potrebbe affermare che questo esprime una ‘convergenza parallela’ tra archeologia e linguaggio se avesse vigore l’espressione morotea, rimasta invece a rappresentare il bizantinismo a volte assurdo del linguaggio politico. Ma il linguaggio politico non fa chiarezza, non fa scienza. Nasce per mettere d’accordo degli uomini, qualunque sia il vero. Noi vorremmo centrare il vero etimo, a costo di dover dire dei no a tutti (sull’insegnamento di Popper).
Renfrew osserva il linguaggio, come un insieme, ma resta archeologo estraneo ad esso.
[justify]Con la connessione espressa dalla preposizione ‘del’ noi facciamo un passo dentro il linguaggio, ma continuiamo a dichiararci non linguisti.
La teonomasiologia (TO), studio comparato dei nomi degli dči, ci ha attratto nel linguaggio, ma la teologia, studio di Dio –ed un tempo, degli dči- ci ha respinto fuori da argomentazioni su Dio (e sugli dči) che chiedono altre competenze.
L’identitŕ Lugh = LU GH, pericopata dal linguaggio dei Celti e dei Sumeri, e vista in
http://www.archeomedia.net/articolo.asp?strart=3135&cat=Studi%20e%20Ricerche
viene da noi proposta per far lux, luce sul filo delle lingue: LU GH > lux.
La riproponiamo in estrema sintesi per alimentare un dibattito che il passo fatto con la TO propone come maturo.
Un aculum per discutere, a cura di Carlo Forin
[/justify]Colin RENFREW, Archeologia e linguaggio, Roma-Bari 1999
mostra un parallelismo. Si potrebbe affermare che questo esprime una ‘convergenza parallela’ tra archeologia e linguaggio se avesse vigore l’espressione morotea, rimasta invece a rappresentare il bizantinismo a volte assurdo del linguaggio politico. Ma il linguaggio politico non fa chiarezza, non fa scienza. Nasce per mettere d’accordo degli uomini, qualunque sia il vero. Noi vorremmo centrare il vero etimo, a costo di dover dire dei no a tutti (sull’insegnamento di Popper).
Renfrew osserva il linguaggio, come un insieme, ma resta archeologo estraneo ad esso.
[justify]Con la connessione espressa dalla preposizione ‘del’ noi facciamo un passo dentro il linguaggio, ma continuiamo a dichiararci non linguisti.
La teonomasiologia (TO), studio comparato dei nomi degli dči, ci ha attratto nel linguaggio, ma la teologia, studio di Dio –ed un tempo, degli dči- ci ha respinto fuori da argomentazioni su Dio (e sugli dči) che chiedono altre competenze.
L’identitŕ Lugh = LU GH, pericopata dal linguaggio dei Celti e dei Sumeri, e vista in
http://www.archeomedia.net/articolo.asp?strart=3135&cat=Studi%20e%20Ricerche
viene da noi proposta per far lux, luce sul filo delle lingue: LU GH > lux.
La riproponiamo in estrema sintesi per alimentare un dibattito che il passo fatto con la TO propone come maturo.
Un aculum per discutere, a cura di Carlo Forin






